La sindrome dell’intestino-colon irritabile è un problema comune a molti ed è legato a cause ormonali o più semplicemente alla sfera emotiva. Lo stress della vita quotidiana, l’ansia, i fenomeni depressivi sono alcune delle cause che generano tali difficoltà all’apparato gastrointestinale.

Nessun problema di natura strutturale bensì una patologia che si cronicizza perché consumiamo cibi carboidrati detti “a catena corta” che attirano acqua nell’intestino e quando non vengono digeriti appieno, i batteri li portano a fermentazione, generando meteorismo, crampi, stipsi, diarrea.

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Un approccio alimentare più accorto, è in grado di ridurre, a poco a poco, questi fastidiosi sintomi e condurre alla normalizzazione.

Tale piano alimentare è costituito dalla dieta Fodmap, messa a punto nel 1999 alla Monash University in Australia dalla dottoressa Sue Shepherd, tanto efficace da entrare a far parte, dal 2011, delle linee guida mediche britanniche per il trattamento della sindrome del colon irritabile.

Il termine Fodmap non è altro che un acronimo inglese scaturito dalle iniziali dei cibi che generano gonfiore e risultano difficilmente assimilabili dal tratto intestinale:

Fruttani e oligosaccaridi: si tratta di molecole di fruttosio presenti in alcuni cibi come i cereali, la cipolla, l’agio, il porro, i legumi i carciofi.

Disaccaridi: si intendono tutti quei cibi che presentano il lattosio, cioè lo zucchero del latte e dei suoi derivati.

Monosaccaridi: si intendono gli alimenti in cui vi è il fruttosio, presente in mele, pere, mango anguria, asparagi, miele.

Polioli: si tratta degli zuccheri presenti nella frutta e nella verdura, utilizzati anche come dolcificanti in prodotti dietetici nella produzione industriale, perché poco calorici, quali ad esempio il sorbitolo e il mannitolo.

La dieta, elaborata con uno specialista, consta di tre fasi:

la prima, della durata di 4/8 settimane prevede un basso consumo di Fodmap per fa sì che i sintomi si attenuino;

la seconda fase comporta una reintroduzione dei cibi eliminati nella prima fase, nei tempi e nei modi indicati dallo specialista;

la terza fase è quella di autogestione dei sintomi: il paziente impara a gestire il consumo dei cibi Fodmap sul lungo periodo.

“Ascoltare” il proprio organismo e rispondere adeguatamente alle sue esigenze è il primo passo verso un’esistenza ottimale.